Nella vita di tutti i giorni, quando utilizziamo la parola “intelligente” spesso facciamo riferimento, inconsapevolmente, all’intelligenza di tipo cognitivo, cioè alla capacità di ragionamento logico. Da alcuni studi sembra infatti che, comunemente, si tenda a considerare l’intelligenza come la capacità di pensare bene dal punto di vista logico e verbale o la capacità di risolvere problemi. Ci sono molte teorie su questo tipo di Intelligenza, quella cognitiva, razionale. In questo articolo vorrei invece soffermarmi su un costrutto diverso, quello dell’Intelligenza Emotiva, le cui implicazioni interessano la vita relazionale di tutti i giorni e, quindi, anche la nostra qualità di vita a livello intra e inter-personale.

Il costrutto di Intelligenza Emotiva è stato elaborato negli anni novanta del secolo scorso e i maggiori studiosi sono stati Salovey, Mayer e Goleman. Si tratta di una capacità emotiva che si articola in una serie di componenti, tra cui la conoscenza delle proprie emozioni, la regolazione (modulazione) delle stesse, la capacità di sapersi motivare, il riconoscimento delle emozioni provate dagli altri, la capacità di avere relazioni sociali appaganti, fra individui e nel gruppo. Fa quindi riferimento a quella mescolanza di fattori che caratterizzano la nostra personalità e il nostro comportamento, in cui il quoziente intellettivo si fonde con virtù quali la tenacia, l’autocontrollo, l’empatia e l’attenzione sia a se stessi che alle altre persone. Quello dell’Intelligenza Emotiva è un costrutto che si pone su un continuum. Significa che ogni persona può avere un livello diverso di intelligenza emotiva, ma che tutti ne siamo in possesso, in misura variabile, e possiamo lavorare per migliorarne il nostro livello attuale. Si tratta di vivere immaginando che le nostre emozioni lavorino per noi e non contro di noi. Per far questo occorre imparare a riconoscerle e a cogliere il ‘messaggio’ che ognuna di esse porta con sé nella direzione del nostro benessere.
All’estremo opposto dell’Intelligenza Emotiva si può parlare di Alessitimia, costrutto elaborato da Nemiah e Sifneos e da Taylor. Le caratteristiche di questo tratto sono una grande difficoltà a identificare i sentimenti e le emozioni, sia propri che altrui; la difficoltà nel distinguere sentimenti ed emozioni dalle sensazioni corporee che si accompagnano all’attivazione emotiva (es. la rabbia può essere letta solo come ‘mal di pancia’); la difficoltà nel descrivere agli altri le proprie emozioni e quindi di ricorrere ad essi come fonti di aiuto e di conforto; la scarsa capacità di provare emozioni piacevoli (il focus è più sulle emozioni spiacevoli); la presenza di processi immaginativi limitati che ostacolano la capacità di modulare le emozioni attraverso la fantasia, i sogni, gli interessi, l’atto di ‘giocare’ (che appaiono così molto poveri); uno stile cognitivo pragmatico, legato allo stimolo ambientale e orientato verso l’esterno più che alle sensazioni ed emozioni interiori. L’Alessitimia rappresenta un fattore di rischio per una serie di disturbi, sia psichici che psicosomatici, proprio perché, nelle persone che presentano un alto livello di questa caratteristica, un vissuto emotivo tende a trovare sempre, come canale preferenziale di espressione, quello corporeo o comportamentale, senza una parallela rielaborazione a livello emotivo e cognitivo. Questo meccanismo, se non viene colto, si rafforza nel tempo, può entrare a far parte della struttura di personalità di un individuo e avere ripercussioni sul proprio stile di vita. In uno studio pilota condotto da me e dal mio gruppo di ricerca su 52 pazienti diabetici afferenti all’U.O. di Medicina Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana e presentato a Foligno al 5° Congresso Nazionale del Gruppo di Ricerca in Psicosomatica nel 2008, è stato riscontrato che le persone con alti livelli di alessitimia, rispetto a quelli che non presentavano questa caratteristica, tendevano ad attribuire maggiormente a fattori esterni le cause della propria condizione metabolica attuale e a fronteggiare il proprio disturbo metabolico adottando strategie di coping (=modalità con cui le persone affrontano le situazioni stressanti) volte a distogliere l’attenzione dalla sindrome metabolica. Pur trattandosi di uno studio pilota che merita ulteriori approfondimenti, è possibile ipotizzare che l’alessitimia sia implicata nella modalità di fronteggiare questo disturbo metabolico, in cui ‘l’autocura’ (innanzitutto in termini di stile di vita sano) gioca un ruolo fondamentale rispetto all’andamento della sindrome. In un altro studio del nostro gruppo di ricerca, pubblicato su European Journal of Clinical Investigation, è emerso addirittura che il livello di emoglobina glicata in pazienti con diabete di tipo 2 era legato a vari fattori, tra cui la difficoltà a identificare le proprie emozioni e i propri sentimenti (una delle componenti dell’alessitimia).

Le Emozioni di Base e le Emozioni Sociali

Negli anni Settanta e seguenti, Ekman, insieme a collaboratori come Friesen, attraverso una serie di studi interculturali (in parte criticati), individuarono alcune Emozioni di Base (o primarie), che hanno la caratteristica di essere universalmente riconosciute in tutte le culture, di essere presenti anche negli animali e di avere un’attivazione automatica. Si tratterebbe, perciò, di segnali indispensabili per la sopravvivenza (perché presenti anche in altre specie animali) e di segnali indipendenti dal controllo; in pratica non si può decidere cosa provare emotivamente in una data situazione, proprio perché la loro attivazione è automatica e influenzata dalla percezione dell’evento (che a sua volta è il frutto delle reciprocità dispiegatesi nel corso della propria esistenza). Gli autori citati ne identificarono sei in particolare: Paura, Rabbia, Tristezza, Disgusto, Gioia e Sorpresa. Le emozioni di base sono facilmente riconoscibili nei neonati. Se si osserva un neonato, è possibile vedere tutto il repertorio emotivo necessario alla sopravvivenza: un bambino piccolo, infatti, prova paura, rabbia, tristezza, gioia e sorpresa in funzione del suo bisogno, in quel momento, vitale. Non sa ancora dare un nome a ciò che sente, ma esprime questi vissuti in modo, appunto, automatico. Ad esempio, facendo un gran sorriso se ciò che sta vivendo gli fa provare gioia. Se è vero che le emozioni ci permettono la sopravvivenza e che la loro attivazione è automatica, questo significa che conoscerle, riconoscerle in noi e negli altri, nonché poterne parlare (cioè accoglierle e sentirsi accolti), sono azioni che ci permettono di migliorare la nostra esistenza e la qualità della nostra vita. L’intersoggettività è strettamente connessa alla qualità delle nostre relazioni.
Esistono poi le cosiddette Emozioni Sociali (o complesse), come l’Imbarazzo, la Vergogna, il Senso di Colpa, la Gelosia, l’Invidia, il Disprezzo e l’Indignazione che, invece, si apprendono all’interno di uno specifico contesto sociale. Ecco perché una stesso comportamento può essere vissuto con imbarazzo in una cultura, oppure con estrema disinvoltura in un’altra: è la ‘regola sociale’ che guida il vissuto, perché le emozioni secondarie sono legate alla percezione o al timore che una norma o un principio etico vengano violati. Se ci pensiamo, queste emozioni, infatti, non sono visibili in un neonato, che ancora non conosce le comuni regole sociali. Occorre infatti che il bambino interiorizzi qualche norma sociale affinché possa esprimere le emozioni secondarie, che non sono legate alla sopravvivenza ma piuttosto al contesto di vita. Esse sono pertanto correlate all’immagine che abbiamo di noi stessi nel contesto sociale in cui viviamo.

In particolare, che cosa ci dicono le emozioni strettamente legate alla sopravvivenza, cioè le Emozioni di Base (primarie)? La Paura ci dice ..che c’è un pericolo. La Tristezza che c’è qualcosa ..che mi mortifica. La Rabbia che c’è qualcosa ..che invade il mio territorio. Il Disgusto che c’è qualcosa ..di sgradevole per me. La Gioia che c’è qualcosa ..che mi crea benessere. Un primo passo per migliorare la nostra Intelligenza Emotiva e la qualità della propria esistenza è quindi chiedersi: “Come mi sento?”.

Perché è importante? Perché se riesco a dare un nome a quello che provo, riesco ad orientarmi rispetto alle azioni per migliorare la mia condizione. Diventa una sorta di autoconsapevolezza e, il passo successivo, è di responsabilità del mio benessere. “La chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è“, dice il testo di una canzone italiana. Se, ad esempio, una situazione mi crea tristezza (es. il lavoro), questo può significare che una parte della mia persona viene mortificata in quella situazione. Ed è proprio da quella consapevolezza che può farsi spazio la possibilità di un cambiamento (laddove ci siano le condizioni) oppure un’accettazione consapevole di una condizione immutabile che, però, può indurmi a cercare altrove (ad esempio in un hobby) la gratificazione di quella parte di me che in quel contesto sento mortificata (es. la creatività in un lavoro routinario). Ovviamente le cose si complicano quando le emozioni che proviamo sono apparentemente in contrasto tra loro e, ancor più, se non siamo consapevoli di tale discrepanza. Prendiamo un esempio piuttosto semplice. Pensiamo all’ipotesi di un figlio giovane che va a lavorare all’estero. Le emozioni saranno di dolore, di paura, ma magari anche di gioia. In questo caso il lavoro su noi stessi è a un livello di complessità un pochino superiore. Si tratterà, pertanto, di trovare il comportamento e le parole che rispettano tutte e tre queste emozioni. Spesso, durante la pratica clinica, si nota che quello che ci far star male non è tanto una singola emozione spiacevole, ma la difficoltà a trovare il miglior compromesso tra emozioni in gioco in contrasto tra loro, perché solo così tutte le parti di noi si sentiranno, in un certo senso, ascoltate e quindi troveranno appagamento. E, si sa, l’appagamento crea una sensazione di sollievo. Maggiore è il numero o l’intensità delle sfumature emozionali che si provano, più complesso è il compito di trovare soluzioni che diano spazio e voce a ciascuna di esse, senza trascurarne alcuna, bensì racchiudendole tutte. Nei casi più complessi, la psicoterapia può essere d’aiuto proprio in questo: a sviscerare le componenti di un malessere (emozioni, aspettative su noi stessi e sugli altri, mandàti familiari inconsci) in modo tale da immaginare i migliori adattamenti (in termini di sopravvivenza e qualità di vita) alle situazioni che li suscitano. Ricordo che spesso sono le sfumature a creare la differenza: sia nella percezione di una situazione, sia nel proprio modo di comportarsi ed esprimersi.

Intelligenza Emotiva e Psicoterapia

Durante il processo psicoterapico si lavora, indirettamente, anche sulla propria Intelligenza Emotiva, perché si crea via via maggiore consapevolezza circa le varie sfumature dei propri vissuti emotivi, dei fattori in gioco, sia personali che interpersonali, immaginando a poco a poco lo spazio di possibilità (e quindi di sollievo) che abbiamo e che a volte ci sembra del tutto assente. Ma, spesso, è solo una percezione. Cambiando gli occhi con cui ci guardiamo, cambia anche tale percezione (come accennato ..le sfumature fanno la differenza).

Adulti

Dal punto di vista clinico, durante un percorso psicologico una persona adulta impara, gradualmente, a riconoscere le emozioni e a non esserne spaventata. Si possono individuare, ad esempio, i primi, soggettivi, segnali di rabbia e a poco a poco si può imparare a considerarla come un ‘cenno dall’interno’ che ci indica di mettere distanza dalla persona o dalla situazione che la evoca o, al contrario, di attivarci per conquistare qualcosa che per noi è importante. Si può imparare a sentire la paura e a familiarizzare con essa, in modo tale da trasformarla in prudenza ma senza permetterle di bloccarci. Si può imparare a vivere la gioia, senza che questa emozione ci renda dipendenti da chi o da ciò che la suscita in noi. E tutto grazie a un graduale processo di ascolto e autosservazione che impariamo e rendiamo nostro durante il percorso con il nostro professionista di riferimento. In questo senso, lavoriamo anche sulla nostra Intelligenza Emotiva, migliorandola affinché si affini quello strumento interiore che ci permette di rispondere a un ‘Come sto?’ prendendo la risposta (l’emozione individuata) come segnale automatico, interno, che con saggezza inconscia sa in quale direzione il nostro migliore equilibrio evolutivo debba camminare.

Bambini

Nei bambini, a volte, certe emozioni risultano inaspettate o sembrano difficili da comprendere. Durante la fase di consulenza e, in seguito, nei percorsi di terapia diretta (con il minore) o indiretta (con i genitori) quello che viene messo a fuoco è il senso e il significato di certe emozioni, che spesso, più che descritte, vengono ‘agite’ (ricordiamoci che un bambino spesso non ha gli strumenti linguistici per dar voce a ciò che sente, per cui va accompagnato in questo), cioè espresse attraverso comportamenti che creano una sorta di frustrazione nei genitori. Una volta individuato il senso e il significato di quei comportamenti (fase di consulenza), il lavoro psicoterapeutico diventa un ascolto di quelle emozioni, che oltre ad essere accolte trovano spazio per essere accompagnate e trasformate in un equilibrio familiare diverso, che a poco a poco si amplia e acquisisce la capacità di abbracciare i vissuti del minore senza perdere la propria identità familiare, bensì crescendo emotivamente come nucleo capace di dare spazio e supporto ai vissuti emozionali dei propri componenti.

Adolescenti

In questa fascia d’età, il lavoro psicoterapico interessa molto il riconoscimento delle emozioni in gioco, il dare loro un nome, ma anche e soprattutto la gestione dell’emozione stessa in funzione di un miglior equilibrio e anche del futuro adulto/a che, nell’immaginario dell’adolescente, tende a farsi spazio e strada (Chi/Come sarò fra dieci o venti anni?). Durante la fase adolescenziale, infatti, a seguito dei cambiamenti fisici e fisiologici che avvengono, le emozioni sono vissute in modo particolarmente intenso. È in questo periodo che si hanno, fondamentalmente, due fasi importanti. Una prima fase di ‘disordine’, caratterizzata dalla compresenza di un cosiddetto sé reale (pensieri e sensazioni interne non esternate) e di un cosiddetto falso sé (che può essere una parziale rappresentazione del sé reale oppure può andare in direzione totalmente opposta) e una fase di ‘riorganizzazione’, in cui gli elementi emersi da un costante e inconscio confronto tra ‘sé reale’ e ‘falso sé’ (entrambi assolutamente positivi perché utili in termini di sperimentazione e immaginazione di sé) vengono in qualche modo integrati grazie a scoperte personali circa la propria persona. Se la riorganizzazione non avviene può essere per tanti motivi, fondamentalmente riconducibili o alla percezione di un’eccessiva (e magari inconsapevole) intrusione da parte dei genitori (per cui, alla lunga, può accadere che l’adolescente viva le proprie scelte come ‘estranee’, proprio perché non derivano dal confronto tra sé reale e falso sé, ma da un inconsapevole compiacimento delle scelte genitoriali), oppure dalla percezione di un’eccessiva dispersione (per cui l’adolescente non percepisce ’emotivamente’ la presenza dei genitori, ma si vive, piuttosto, un forte senso di vuoto emotivo). Mi preme sottolineare che non si fa riferimento a genitori intrusivi o assenti, ma alla percezione che il minore ha di essi. Ciò che conta, qui, è la percezione da parte di quella specifica individualità. Pertanto non ci sono colpe…ci sono solo percezioni e vissuti interiori.
Proprio per questi fattori, mentre nei bambini la capacità di regolare le proprie emozioni dipende molto dalla capacità (innata o appresa) dei genitori di coglierne il senso e il significato e, di conseguenza, di modularle, negli adolescenti è possibile lavorare un po’ di più sull’autonoma gestione delle stesse, sebbene l’interazione coi genitori resti un elemento molto importante.

Conclusioni

Rispetto agli altri esseri viventi, l’Uomo presenta una caratteristica del tutto specifica: la coscienza autoriflessiva. Questo significa che l’Uomo è l’unico essere vivente che, nella maggior parte dei casi, necessita di generare continue spiegazioni al proprio sentire, al proprio esperire. Ed è proprio questo aspetto che gli permette di creare un filo che lega insieme i vari ‘pezzi’ che costituiscono il senso di sé. Tale ‘filo’ riflette il senso che gli altri significativi gli hanno attribuito nel corso della sua esistenza e, per questo, genera vissuti e significati diversi a seconda della propria storia di sviluppo e della propria percezione di fatti ed eventi.
In questo senso ogni persona è un sistema che modula la propria organizzazione ricostruendo il proprio equilibrio in modo tale da far fronte a due esigenze: da un lato, la coerenza interna (cioè il senso di sé, in modo tale che resti il più possibile invariato) e, dall’altro, le interazioni con l’ambiente esterno (i familiari, i colleghi, gli eventi di vita, che spesso richiedono cambiamenti o modulazioni interiori). Gli adattamenti all’ambiente, i cambiamenti della Persona dipendono dall’elasticità del sistema. Sistemi troppo rigidi rischiano di non adattarsi all’ambiente; ne consegue un maggior rischio di assistere a disagio, sintomi, scompensi. Sistemi troppo elastici rischiano, d’altro canto, di disperdersi; anche in questo caso, il rischio di sviluppare disagio, sintomi e scompensi aumenta. Una buona elasticità è invece un buon equilibrio tra ciò che sentiamo (emozioni), pensiamo (cognizioni), facciamo (comportamenti). Una buona elasticità permette di avere fiducia in se stessi, di avere una buona stabilità emotiva (che non è controllo, bensì accoglienza e modulazione di ciò che sentiamo), di chiedere aiuto agli altri (sapendo scegliere bene) in caso di bisogno. Avere un buon livello di Intelligenza Emotiva non significa essere migliori di altri. Non significa nemmeno proteggersi da emozioni spiacevoli come la rabbia o il dolore. Assolutamente. La vita ci mette di fronte a queste emozioni. Significa invece saperle riconoscere e modulare, in una sorta quasi di caldo contenimento, per ritrovare uno spazio di quiete che non derivi dal loro soffocamento o dalla loro negazione, bensì dalla loro graduale trasformazione in qualcosa di ‘buono’ per noi. Immaginiamo di riuscire a vivere, e a fare delle scelte, non tanto mutando i fatti intorno a noi, piuttosto cambiando il nostro modo di porci rispetto a quanto vediamo intorno. Immaginiamo di riuscire a vivere e a fare delle scelte in linea con le varie sfumature emotive che sentiamo, nel pieno rispetto della nostra persona e degli altri significativi. E’ così che il senso di leggerezza e di sollievo, a poco a poco, riescono a farsi strada.

“È impossibile”, disse l’orgoglio. “È rischioso”, disse l’esperienza.

“È inutile”, tagliò la ragione.

“Provaci”, sussurrò il cuore. (Cit.)

Dott.ssa Elena Lensi

Appendice – Intelligenza Emotiva e Alessitimia sono ‘misurabili’?

Sia L’Intelligenza Emotiva che l’Alessitimia sono misurabili attraverso dei test. In particolare, l’EQ-i di Giunti O.S. misura il  Quoziente Emotivo  e valuta  quelle dimensioni psicologiche non strettamente legate all’intelligenza cognitiva ma orientate al benessere  psicologico. Valuta quindi il Quoziente Emotivo Intrapersonale (Sottocomponenti: Considerazioni di Sé, Autoconsapevolezza Emotiva, Assertività, Indipendenza, Realizzazione di Sé); il Quoziente Emotivo Interpersonale (Sottocomponenti: Empatia, Responsabilità Sociale, Relazioni Interpersonali); il livello di Adattabilità (Sottocomponenti: Esame di Realtà, Flessibilità, Problem Solving); la Gestione dello Stress (Sottocomponenti: Tolleranza dello Stress, Controllo degli impulsi); il Quoziente Emotivo legato all’Umore Generale (Sottocomponenti: Ottimismo, Felicità). L’EQ-i è composto da 133 item suddivisi in 15 sottoscale raggruppate in 5 scale principali, con scala di risposta graduata a 5 punti, da “Assolutamente vero per me” a “Per nulla vero per me”. I punteggi grezzi sono convertiti in punteggi standard calcolati su media “100” e deviazione standard 15 (simile a quella dei punteggi per il QI). Si ottiene anche un Quoziente Emotivo (QE) totale. In  ambito organizzativo  l’EQ-i  può essere utilizzato in fase di selezione, per la valutazione del potenziale, per la pianificazione delle carriere. Inoltre, è utilizzabile in ambito formativo per migliorare il livello di esercizio del ruolo della leadership da parte dei manager, analizzare e incrementare il livello di efficienza relazionale e organizzativa, rafforzare il senso di appartenenza da parte delle risorse e infine per valutare il clima aziendale. Si presta alla valutazione di gruppi di lavoro permettendo di potenziare l’efficacia del team attraverso la parametrizzazione del punteggio QE Totale. In  ambito scolastico e di orientamento  l’EQ-i  permette di identificare negli studenti problemi di coping e di combattere il drop-out scolastico. In  psicologia della salute e clinica, è un valido ausilio per la valutazione del successo e del fallimento nell’affrontare una condizione medica grave e il trattamento. (Fonte: Giunti O.S.)
Esiste inoltre uno strumento che permette la valutazione dell’Alessitimia. Si tratta della TAS-20.  Toronto Alexithymia Scale (TAS-20), questionario autosomministrato. È una scala di autovalutazione che valuta l’alessitimia, ovvero l’incapacità ad identificare e a elaborare i propri sentimenti, associata alla tendenza a manifestare somaticamente le emozioni ed a minimizzarne le componenti affettive. Gli alessitimici tendono, infatti, ad avere un’amplificazione somatosensoriale ed attribuiscono (in maniera anomala) le sensazioni somatiche a segni di una grave malattia. L’attuale versione della Toronto Alexithymia Scale (TAS-20) ha 20 item su scala Likert a 5 punti. Al soggetto è richiesto di esprimere il proprio grado di accordo/disaccordo con ciascuna affermazione del questionario. Nella valutazione dei dati, oltre a informazioni relative alla somma totale dei singoli punteggi di ogni item, che permette di stabilire il grado di alessitimia del soggetto, è possibile calcolare i punteggi che si richiamano agli item delle tre dimensioni che definiscono il costrutto dell’alessitimia, che sono: Difficoltà a identificare i sentimenti Difficoltà ad esprimere i sentimenti, Pensiero orientato all’esterno.

Riferimenti bibliografici

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  • Reda M.A. (1986).  Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia. Roma: La Nuova Italia Scientifica.